La partenza

Perché emigrare?

L’emigrazione italiana si è protratta dagli ultimi decenni dell’Ottocento sino agli anni Settanta del Novecento ed è stata caratterizzata da una dispersione geografica in tutto il mondo.

Quelli che vengono definiti “fattori di espulsione” riguardavano l’agricoltura, minacciata dalle importazioni a basso prezzo di grano americano e di altri cereali, dalla concorrenza di alcuni paesi europei nel commercio dell’olio e del vino e, specialmente nelle regioni meridionali, dall’estensione del latifondo e dalla pratica di tecniche culturali primitive.

I contadini esclusi dal circuito agricolo non potevano trovare diverso impiego in un paese ancora all’inizio dell’industrializzazione.

In altre regioni la nascente industria meccanizzata tagliava fuori dal mercato del lavoro abili artigiani e operai specializzati. Essi andavano in altri paesi poiché offrivano migliori occasioni per raggiungere traguardi economici e sociali difficilmente conseguibili in patria. Uomini per i quali l’emigrazione era soltanto una delle possibili scelte di vita.

Emigranti in partenza da una stazione ferroviaria, 1908
Emigranti in partenza da una stazione ferroviaria, 1908
Bivigliano, Firenze, 1900 circa. Battitori di grano
Bivigliano, Firenze, 1900 circa. Battitori di grano

Partire?… Sì

La decisione di partire veniva spesso presa su richiamo dall’estero di parenti o amici e trovava conforto anche nelle “guide per gli emigranti” molto spesso prodotte dai paesi che volevano attrarre manodopera dall’Europa. Esse mostravano immagini da paradiso terrestre: sconfinate pianure dall’esuberante vegetazione, case linde, ordinati quartieri cittadini.

Questi sogni su carta venivano esibiti con spregiudicatezza dalle agenzie di viaggio e dagli agenti delle compagnie di navigazione per convincere gli indecisi a partire. Gli agenti erano talvolta veri e propri emissari di società o governi esteri. Tipico il caso del Brasile che, negli ultimi decenni dell’Ottocento, incrementò l’immigrazione dall’Europa offrendo il viaggio gratuito dal porto di partenza sino alla destinazione finale nelle fazendas nelle quali sarebbe stato concesso a ciascuna famiglia emigrata anche un lotto di terreno coltivabile in proprio.

La procedura per l’espatrio prevedeva la richiesta e la successiva concessione del passaporto. Quello per l’emigrante, dall’inizio del Novecento, fu per un lungo periodo caratterizzato da una copertina di colore rosso. Sul passaporto dell’uomo con famiglia al seguito potevano essere iscritti la moglie e i figli e anche gli ascendenti conviventi. Per gli iscritti alla leva serviva anche il nulla osta delle autorità militari. 

Gallicano, Lucca, 1900. Agenzia di viaggi
Gallicano, Lucca, 1900. Agenzia di viaggi
Passaporto rosso per l’estero
Passaporto rosso per l’estero
Copertina di una guida per gli emigranti edita a San Paolo, 1886
Copertina di una guida per gli emigranti edita a San Paolo, 1886
Passaporto, anni Venti
Passaporto, anni Venti
Passaporto di Maria Colarusso, 1896
Passaporto di Maria Colarusso, 1896

Si va… dove?

Anche se verso la metà dell’Ottocento esistevano nelle Americhe piccoli nuclei di emigrati italiani spesso andati all’estero dopo il fallimento dei vari moti risorgimentali, un flusso migratorio di una certa consistenza si diresse, con inizio negli ultimi decenni dell’Ottocento, dapprima verso i paesi europei e coinvolse per prime le regioni settentrionali - la Liguria innanzitutto - e solo in seguito quelle meridionali che però manifestarono una netta preferenza per le mete oltreoceano.

A segnare la scelta tra le due Americhe fu il possesso o no di denaro da investire nell’espatrio. Costava di più raggiungere l’America Latina in cui le prospettive economiche erano migliori, i problemi di lingua superabili e le differenze culturali minori. Invece, il biglietto per gli Stati Uniti costava di meno ed era facile, in un paese in grande sviluppo, trovare lavoro, sia pure poco o nulla qualificato, in agricoltura o in imprese industriali. Inoltre l’impiegarsi nella costruzione delle infrastrutture permetteva talvolta un ritmo stagionale tale da consentire, volendo, periodici ritorni a casa.

I porti d’imbarco degli emigranti erano Genova, Napoli, Palermo.

In treno si raggiungevano i paesi europei e anche il porto francese di Le Havre da cui era più agevole, per gli emigranti del Nord, imbarcarsi per le destinazioni americane. Il numero delle partenze crebbe - torrenziale - sino alla vigilia della prima guerra mondiale: era “la grande emigrazione”.

Al termine del conflitto e per la progressiva chiusura degli sbocchi americani si rinnovò l’esodo verso le destinazioni europee ma con un numero ridotto di espatri. Agli altri porti si aggiunse Trieste. Nel secondo dopoguerra le partenze verso tutte le destinazioni, continentali o intercontinentali che fossero, ripresero con un notevole incremento numerico.

Trieste. In attesa dell’imbarco 1900 circa
Trieste. In attesa dell’imbarco 1900 circa
Palermo 1910. Una chiatta con emigranti si avvicina alla nave
Palermo 1910. Una chiatta con emigranti si avvicina alla nave
Genova, 1919. L’imbarco dei bagagli degli emigranti  sul piroscafo “Tomaso di Savoia” del Lloyd Sabaudo
Genova, 1919. L’imbarco dei bagagli degli emigranti sul piroscafo “Tomaso di Savoia” del Lloyd Sabaudo
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